GESCHREVEN DOOR

Federica Manzon (IT)
VERTAALD DOOR

Shailoh Phillips (GB)

Liesbeth Dillo (NL)
A PROPOSITO DI COMUNITA LETTERARIA
22 November 2008
Credevo che alla fine ce l'avrei fatta a evitare il discorso, a non annoiare i lettori di queste poche righe con le solite riflessioni sulla scrittura e gli scrittori. Invece il discorso esce fuori da sé, inevitabilmente, al pranzo di oggi, mentre incontriamo altri autori e traduttori. Viene fuori così, con naturalezza, la difficile questione della comunità letteraria. E Helen chiede a noi giovani scrittori se ne sentiamo davvero la necessità. Risponde Chris, racconta la sua esperienza in Inghilterra e ascoltandolo capisco che la situazione italiana è un po' diversa, e allora forse vale la pena dedicarci due parole. In Italia io collaboro con l'organizzazione di un festival letterario e mi è capitato spesso di essere invitata ad altri eventi simili, sembra vadano molto di moda. Tuttavia quando vi partecipo, anche a quelli molto belli e ben organizzati, dopo mi rimane addosso l'impressione di una certa inutilità. In qualche modo si riducono sempre a un'occasione di ritrovo tra scrittori che, invece di confrontarsi e scambiarsi idee, si prendono le misure, valutano quante copie ognuno di loro ha venduto, quante recensioni hanno ricevuto, in quante lingue sono tradotti, si spiano con invidia e sospetto. Fingono di far parte di una comunità letteraria, in realtà vorrebbero solo sopraffarsi l'un l'altro, rubarsi una fetta di mercato. Per questo vorrei rispondere a Helen che no, io non credo nell'utilità del network letterario, che il lavoro dello scrittore dovrebbe essere solitario e privato, protetto da tutta questa ansia di incontrarsi, di "fare comunità" come direbbe Nancy. Ma poi ci penso meglio e mi ricredo. A farmi cambiare idea è l'esperienza di festival come questo, dove ci si incontra tra scrittori di diverse nazionalità e si è davvero sinceramente interessati a confrontarsi, capire i diversi metodi di scrittura, e scatta una curiosità positiva verso il lavoro degli altri. E allora penso che davvero c'è bisogno di una comunità letteraria, ma che per funzionare deve essere quanto più ampia possibile, per lo meno europea. In questo modo non correrà il rischio di trasformarsi in un "affare di famiglia" dove ci si conta, si valuta chi c'è e chi non c'è e si fa pettegolezzo. Ma sarà invece una vera e propria occasione di scambio e (finalmente) di divertimento. Ecco, ora è giunto il momento di quella considerazione un po' naif che mi gira in testa dall'inizio di questi giorni olandesi, e che magari speravate di scampare. La faccio breve. Quando un giovane scrittore partecipa a un festival in Italia viene considerato in due modi: con disprezzo e sospetto se il suo libro vende molto, con indifferenza se il suo libro non vende. Finisce che il giovane scrittore torna a casa un po' depresso e sconsolato, prende a recriminare contro l'intero mondo letterario ed editoriale e, in fondo, non impara nulla. In occasioni come questa del Crossing Border invece il giovane autore viene travolto da cose inaspettate: ci sono dei traduttori che prendono sul serio le sfumature della sua lingua e del suo stile e con cui può parlare e scambiarsi impressioni, ci sono altri autori che sono in genere curiosi e interessati e con cui è naturale raccontarsi le diverse esperienze senza doversi guardare alle spalle, ci sono gli organizzatori che sono preparatissimi e pieni d'entusiasmo. Così finisce che il giovane autore se ne ritorna a casa avendo imparato un mucchio di cose, felice dei giorni belli e delle molte cose fatte, un po' meno autistico e solitario. E probabilmente, o almeno così mi piace credere, scriverà anche cose migliori.
























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