GESCHREVEN DOOR

Federica Manzon (IT)
VERTAALD DOOR

Shailoh Phillips (GB)

Liesbeth Dillo (NL)
VEDI ALLA VOCE: SCRITTORE
21 November 2008
Lo so, ho promesso di parlare dell'effetto che fa stare insieme agli altri giovani scrittori e dovrei iniziare da lì, da quel frammento di discorso lasciato ieri in sospeso. Ma nel frattempo oggi sono accadute un sacco di altre cose e bisogna andare veloci e stare dietro agli eventi, e allora scusate, teniamo sospeso ancora un po' il discorso sui giovani scrittori (che magari vi annoia un po'). Questa mattina abbiamo visitato il Palazzo di Giustizia, un luogo serio e ufficiale, che trasuda tradizione ed etichetta. Un luogo costruito pezzo per pezzo con materiali arrivati dai diversi Paesi, il marmo italiano e il ferro tedesco, il legno americano. In qualche modo questa costruzione mi è parsa riassumere il senso del nostro stare qui: un miscuglio di identità e differenze, di musicisti e scrittori, di artisti di diversa nazionalità, che circolano insieme per le strade, si incrociano e scambiano chiacchiere e idee, che insieme costruiscono qualcosa (seppure per poco). E poi, seduti in una stanza molto formale ed elegante, abbiamo ascoltato un traduttore parlarci del suo lavoro. Un traduttore di documenti e carte ufficiali, poca letteratura. E forse per questo mi sono rimaste ancora più impresse alcune sue parole. Liesbeth a un certo punto gli ha chiesto come si fa a valutare una buona traduzione e a individuare un bravo traduttore, lui ha risposto in maniera molto seria, con regole oggettive, ma alla fine ha concluso con una frase: «Un buon traduttore è uno che sa scrivere bene nella propria lingua madre». Insomma uno che a propria volta è un po' scrittore, e non importa se stia traducendo un testo letterario o l'atto di un processo, la cosa importante è che abbia questa dote (forse un po' innata). Quando usciamo dal palazzo c'è un vento forte e tra poco nevicherà, mi stringo nelle spalle ascoltando gli altri commentare l'incontro e intanto vado dietro al filo dei miei pensieri, seguo le parole del traduttore. Capisco solo adesso una verità di disarmante semplicità: quando affidiamo un testo in traduzione, lo consegniamo sempre nelle mani di un altro autore che, traducendo, diventa scrittore a sua volta. E così mi vengono in mente le domande che mi ha fatto Liesbeth stamattina a colazione, a proposito di alcune frasi del mio testo. I suoi dubbi sulla scelta dei termini più adatti mi hanno fatto scoprire, nella mia lingua, una ricchezza segreta di sfumature cui non avevo mai fatto troppo caso, mi hanno reso di colpo più consapevole del peso di ogni parola, di ogni inclinazione di senso. Ma ora rischio di cadere in discorsi troppo seri e un po' noiosi. Vorrei concludere così, rubando ad Abdellah una bella osservazione. Usciti dal Palazzo di Giustizia cammina a fianco a me e mi dice: «Hai notato? I traduttori facevano un sacco di domande sul loro lavoro, mentre gli scrittori non parlano mai del proprio». È vero, l'avevo notato anch'io. Non so cosa pensino Abdellah o Chris o Laia, ma per quel che mi riguarda c'è sempre un po' di pudore a parlare del proprio lavoro, quasi fosse una cosa da non esibire troppo. In Italia, anche quando mi invitano a festival e presentazioni, e la gente mi chiede cosa faccio nella vita rispondo: «L'editor». Non dico mai: «Lo scrittore». Forse perché un po' mi vergogno, scrivere mi sembra sempre un privilegio da sfaccendati e pubblicare un premio che non ho fatto niente di particolare per meritarmi. O forse mi vergogno, di questa cosa dell'essere scrittore, come ci si vergogna sempre della propria parte più segreta, cui si tiene di più e che si cerca di proteggere da sguardi indiscreti. Forse è per questo che i traduttori riescono a parlare del proprio lavoro e gli scrittori no. Forse perché gli scrittori, dopo che hanno scritto, non hanno poi più molto da dire.

























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