GESCHREVEN DOOR

Federica Manzon (IT)
VERTAALD DOOR

Shailoh Phillips (GB)

Liesbeth Dillo (NL)
ON BEING TRANSLATED
13 November 2008
Traduzione è dialogo, si dice, ma prima ancora che dialogo è saper mettersi in ascolto. È essere in grado di affidarsi alla parola di un altro, quasi sempre sconosciuto, e comprenderlo fino in fondo, fino alla più piccola e irrilevante sfumatura, seguendolo nelle pieghe dei manierismi e dei vezzi stilistici, dei giri di frase più amati che nascondono le piccole verità di un testo. E poi tradurre vuol dire anche essere in grado di modulare la propria voce sul quella dell'altro, saper darla in prestito rendendola il più pura possibile, in modo che si sovrapponga a quella dell'autore con naturalezza e senza forzature, esaltando pregi e difetti, asperità linguistiche e prodezze lessicali. Quando va bene, significa anche innamorarsi della scrittura tradotta, sentirla parte attiva di un dialogo concreto e appassionato con l'autore. Ecco, di solito penso a questo quando penso alla traduzione. Quando ci ragiono in termini astratti e categorie filosofiche, mi appare sempre il veicolo più profondo e rispettoso per conoscere ciò che è diverso. Come se la mediazione di un testo scritto permettesse quella presa di distanza che fa si che ci si allontani dall'oggetto studiato, facendo un passo indietro per metterlo a fuoco meglio e vederlo per intero. Come se il semplice porre un testo tra due soggetti li disponesse a una possibilità di dialogo più onesta e autentica, che passa prima di tutto attraverso uno sforzo – di ascolto e comprensione. Generalmente quando ragiono sull'atto di tradurre penso cose simili, molto concettuali e molto astratte. Ma ora che capita a me? Adesso che saranno le mie parole a essere investite da questo processo? Be', il primo sentimento è di curiosità ed entusiasmo. Sentire il senso della propria parola scritta modulato con voce e un'intonazione che non si comprende, visivamente rappresentato da sequenze di lettere che non si sanno nemmeno leggere, credo sarà un effetto straniante e, come tale, interessante e arricchente. E poi provo a pensarlo proprio nella sua manifestazione più concreta, questo evento della traduzione su cui si riflette molto e su cui si elaborano raffinate concettualizzazione, ma che alla fine, mi sembra, rimane una cosa anche molto pratica, forse quasi fisica: un corpo a corpo tra due voci, che si esplorano e si compenetrano fino a confondersi, fino a quando il testo tradotto non è più opera di un autore solo ma di due. Mi piace pensarlo così, una specie di danza tra due ballerini che devono capire a che ritmo muoversi, come coordinarsi e come affidarsi l'uno alle braccia dell'altro, di volta in volta facendo resistenza o trascinando. E allora penso al momento vero e proprio della traduzione, che sarà un'occasione meravigliosa non solo per incontrare un'altra lingua e un'altra voce, ma anche per riflettere sulla mia scrittura con un occhio diverso, da una posizione privilegiata. E credo sarà strano, a volte spiazzante e molto spesso divertente, vedere una persona estranea maneggiare parole e frasi che si sentono profondamente come proprie.. Questo processo, ne sono convinta, mi porterà una maggiore consapevolezza e molto probabilmente mi farà scoprire pieghe nascoste del mio stesso testo. Chissà poi quante incomprensioni e inciampi potranno nascere da un lavoro del genere, quante questioni e interrogativi che mi porteranno a riflettere in maniera completamente diversa dal solito sulla pratica di scrittura. Insomma, sarà prima di tutto un incontro e come sempre in questi casi prima di incominciare ci si chiede: riusciremo a capirci davvero? Ci troveremo simpatici?
























.png&w=256&q=75)











