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Portrait of Federica Manzon

Federica Manzon (IT)

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Portrait of Liesbeth Dillo

Liesbeth Dillo (NL)

STEREOTIPI E SORPRESE

20 November 2008

Lo scrittore e giornalista Dexter Filkins apre il suo intervento al Crossing Border scusandosi di non conoscere l'olandese, e lo fa con una battuta scherzosa. «Sapete» dice Filkins, «quando uno parla tre lingue si dice che è trilingue, quando ne parla due che è bilingue, quando ne parla una sola si dice che è americano.» Ascolto Dexter Filkins scusarsi in questo modo simpatico e un po' imbarazzato e penso che ad "americano" si potrebbe sostituire "italiano". Perché per un italiano, e questo vale anche nel caso di un giovane autore mediamente letterato, il confronto con un'altra lingua rimane sempre un momento di scontro più che di incontro, una sorta di dramma personale in cui l'italiano cerca di cavarsela con le poche parole che conosce e prova in qualche modo a farsi intendere, e intanto si scusa per il proprio pessimo accento, per il proprio provincialismo, per la propria inadeguadezza. Un cittadino americano ignora le lingue straniere perché non ha bisogno di conoscerle, perché la sua lingua è parlata in mezzo mondo. Ma perché un cittadino italiano fatica a conoscere almeno l'inglese? Forse il vero motivo è uno solo: sa che in un modo o nell'altro riuscirà a cavarsela, a gesti e sguardi e con qualche battuta simpatica. Sapersela cavare è un po' lo sport nazionale. Sono a The Haage solo da due giorni eppure ho l'impressione che questo festival mi abbia già dato molti spunti su cui riflettere, molte idee che non riesco a mettere a fuoco bene e che per ora sento aleggiarmi attorno come una seconda pelle mentre corriamo da un evento e l'altro. Ma due impressioni si stagliano più nitide delle altre e nascono da due incontri: quello con gli studenti della scuola internazionale e quello con gli altri giovani scrittori. L'incontro con le scuole resta, per me, uno dei momenti più belli dell'attività di uno scrittore. I ragazzi sono di solito entusiasti, curiosi, attenti a cogliere gli aspetti più concreti e singolari del lavoro di uno scrittore, fanno domande precise e ascoltano con aria concentrata. Siamo in una scuola internazionale quindi per questi ragazzi è naturale comunicare tra loro in una lingua diversa da quella che parlano a casa. Eppure non smette di stupirmi la sicurezza con cui si destreggiano tra diverse intonazioni linguistiche, provenienze geografiche e abitudini. Capiscono facilmente anche me, che parlo un inglese meno sicuro del loro. Penso che davvero in questo scambio spontaneo, emblematizzato dalle attività del Crossing Border, si realizza qualcosa di molto vicino all'identità europea. E rimango sorpresa da dettagli di poco conto. Come ieri sera, alla presentazione del film Diary of a Times Square Thief, quando l'attore è salito sul palco e ha tenuto il suo discorso in inglese senza bisogno di un traduttore. L'intero pubblico, composto anche da persone anziane, capiva e rideva alle battute. Ecco, penso che in Italia questo non sarebbe mai potuto succedere, nemmeno davanti a una platea di studenti universitari. Già dall'incontro con gli insegnanti ieri pomeriggio, una cosa mi è stata subito evidente: gli italiani vengono guardati mediamente come bestie da terzo mondo, sottosviluppato e provinciale. Sarà per via della politica (di cui non sappiamo parlare senza vergognarci), sarà per via della nostra scarsa familiarità con le lingue (leggiamo libri tradotti e guardiamo film doppiati). E così, passando da un evento all'altro di questo festival, nascono in me due sentimenti contrastanti. Da un lato la vergogna per lo stato del mio Paese, perché i nostri libri non vengono tradotti all'estero, i nostri autori sono poco conosciuti e noi fatichiamo a farci capire in una lingua condivisa. E dall'altro uno strano orgoglio nazionale che mi fa riflettere. Penso ai ragazzi della scuola di stamattina, tutti molto cosmopoliti e curiosi, ci saranno sicuramente tra loro molti lettori forti e quasi ognuno di loro saprà leggere almeno in tre lingue diverse. Ma penso anche ai ragazzini italiani, sempre un po' imbarazzati e a disagio con le lingue straniere, ma che a scuola studiano greco e latino, che con l'arte hanno una familiarità naturale, che sono educati al gusto della storia antica e delle citazioni a memoria. E allora mi dispiace un po' che tutta questa parte del mio paese vada persa, ogni volta, nell'imbarazzo di una comunicazione che stenta a farsi internazionale. E credo che forse solo mescolandoci di più, facendo circolare meglio le idee (in occasioni come questa), forse le cose miglioreranno un po', e forse anche in Italia non ci sarà più bisogno del traduttore al cinema o a un festival. La seconda suggestione, quella nata dall'incontro con gli altri giovani autori, ve la racconto domani...

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